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CAPANNA REGINA MARGHERITA 4553 m : 28 e 29 luglio 2001
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L'ascensione è classificata nell'alpinismo facile ma per essere tale deve essere affrontata con tempo buono e da persone ben allenate. | ||
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Accesso: testata della Valle di Gressoney in località Stafa dove si prende la funivia per il Passo dei Salati oppure da Alagna Valsesia con funivia fino alla punta Indren. Pernottamento: Rifugio Mantova (3500 m) o Capanna Gnifetti (3647 m) (20 minuti più avanti). Percorso: dal Passo dei Salati imbocchiamo a lato della stazione della funivia, in direzione nord, un ripido sentiero sassoso che a svolte e rampe successive ci porta verso lo Stolemberg. |
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Il sentiero è ben evidente ed in alcuni tratti è anche attrezzato con corrimano di corda o catena sicuramente utile in caso di percorso innevato. Le
nostre aspettative sono molte come pure le ansie per le condizioni
meteorologiche, particolarmente turbolente della zona. Le
previsioni per i due giorni comunque sono discrete, almeno per la mattina,
mentre al pomeriggio sono previsti temporali. |
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La prima parte della salita è caratterizzata da un cielo tempestoso con qualche spruzzo di pioggia che si alternano a schiarite sempre più ampie. L’aggiramento
dello Stolemberg, nel tratto attrezzato in particolare, è reso meno agevole e
divertente dalle rocce umide e da alcuni nevai residui. Lo Stolemberg, con il suo profilo scuro e arcigno, ha sempre rappresentato un fastidio per chi vuole raggiungere il Rosa dal passo dei Salati tanto che il Ravelli lo definiva : “quel brutto figuro che impedisce una via appianata dal Col d’Olen alla Gnifetti”. |
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Superare il costone occidentale dello Stolemberg obbliga inoltre a scendere per un tratto attrezzato, semplice, ma la cui risalita sarà faticosa e poco apprezzata al ritorno. Raggiungiamo, dopo circa un'ora e mezza, la stazione della funivia di Punta Indren dove inizierebbe la gita se si partisse da Alagna. Facciamo una breve sosta quindi riprendiamo il tracciato che ci porta in breve al pianeggiante Ghiacciaio di Indren che, secondo gli anni può apparire come un immenso nevaio o come una superficie grigiastra incrinata da innumerevoli piccoli crepacci. |
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Qui nessuno in genere si lega, e non lo facciamo neppure noi, anche se in altre occasioni qui ho visto alcuni crepacci che occorre saltare larghi intorno al metro e abbastanza profondi. Nell'ultimo tratto del ghiacciaio la traccia si divide. L'itinerario a monte è più diretto, ma non l'ho mai fatto dato che mi sembra alquanto rischioso per la caduta di sassi smossi da coloro che sono più in alto. L'itinerario a valle, finito il ghiacciaio risale un facile costone roccioso quindi per nevai e per pietraie successive raggiunge e supera la rampa che conduce al Rifugio Mantova dove arriviamo dopo poco più di un'ora dalla Funivia di Punta Indren. |
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Il
tempo sembra improvvisamente migliorare tanto che riusciamo a fotografare
la Capanna Gnifetti e la Vincent con il cielo azzurro ma, poi
la
serata al Mantova trascorre tra
un rovescio di pioggia e l’altro e le speranze per una bella giornata
domani sembrano ridursi ad ogni ora che passa. Il
rifugio è molto bello e pulito e le camere sono molto confortevoli. Siamo
contenti di pernottare qui anche se uno sguardo verso l’alto ci fa
provare un pizzico di invidia per chi pernotterà alla soprastante Capanna
Gnifetti e domattina si troverà già una mezz’ora di salita fatta. Una
seconda occhiata alla suddetta struttura brulicante di persone ci fa
comunque apprezzare la nostra sistemazione sicuramente più tranquilla e
confortevole. |
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Dopo
aver cenato in allegria, decidiamo la composizione delle cordate,
verifichiamo le attrezzature e ci corichiamo speranzosi. Al
mattino, con grande gioia di tutti, Il cielo è limpidissimo e stellato e
l’aria non è fredda come mi aspettavo. Solo
qualche accenno di brina qua e là fa capire che la temperatura è intorno
allo zero. Per
due componenti del gruppo le cose, di notte, non sono andate molto
bene e sono costretti a rinunciare: dormire a 3500 m può dare a
chiunque qualche fastidio soprattutto se ci si è un pò attardati di
fronte ad una bottiglia. E’ sempre molto triste vedere un compagno animato da grande passione, dover rinunciare ad un obiettivo atteso da mes |
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Fatta
colazione, le cordate sono pronte in un baleno e il serpentone luminoso di
frontali può avviarsi fluttuante sulla rampa che porta alla Gnifetti. Quando
giungiamo sul primo pianoro a quota 3700 le nostre cordate si accodano e
si mescolano con il flusso proveniente dalla Gnifetti. |
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| Il
primo tratto è veramente affollato e si procede su più
file parallele, in un alternarsi di sorpassi interminabili che ricordano
quelli dei tir sulle salite delle autostrade. |
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Dopo le prime rampe comunque il gruppone si diluisce e la marcia diviene più lineare. La
salita non presenta difficoltà alcuna tranne l'attraversamento, su
robusti ponti di neve, di crepacci
di dimensioni ragguardevoli. In
una successione di rampe e pianori, con la luce dell’alba che illumina
progressivamente le cime circostanti, transitiamo a fianco della
mastodontica Piramide Vincent, poi del
Bivacco Giordani e del Cristo delle Vette. Passo
dopo passo ripenso alla carta topografica e così riconosco a destra
la sagoma del Corno Nero e poi quella allungata del Ludwigshoe. Sulla
sinistra ci accompagna il profilo del naso del Lyskamm e, poco a poco, si
propone l’omonima affilatissima cresta. Saliamo incantati in questo mondo spettacolare di ghiaccio e di pareti imponenti tanto che, quasi di sorpresa, ci ritroviamo sul colle del Lys. Dico
quasi perchè tra un passo e l'altro sono trascorse "quasi" tre
ore trenta. Il
panorama che ci appare sembra creato ad arte da un coreografo abilissimo. A sinistra il Lyskamm comincia a farci intravedere la sua vertiginosa parete con seracchi enormi aggrappati alle rocce strapiombanti. A
destra appare il Colle Sesia dominato dalla Parrot, in controluce, con il
sole che sorge. La
Parrot, con i suoi fianchi nevosi levigati dal vento ci appare come
un’immensa vela bianca rigonfia ed è davvero elegantissima L’amplissimo
bacino superiore del Grenzgletcher fa da palcoscenico per la Dufour, la
Zumestein e la Gniffetti, su cui è arroccata la Capanna
Margherita, che in profilo controluce ricorda un monastero medioevale. Sullo
sfondo fanno capolino il Cervino, la Dent Blanche l'enorme Weisshorn e
altre innumerevoli vette svizzere. Riprendiamo
il cammino in un largo giro verso sinistra, in leggera discesa, e
affrontiamo la rampa che porta ai 4480 m del colle Gnifetti. Qui
la quota comincia a farsi sentire:il tratto finale della salita assorbe le
nostre ultime forze e alcuni sussurrano in modo fantozziano di vedere,
oltre alla Capanna, tutto il presepio inclusa la stella cometa. Al
di là delle opinioni estetiche e delle considerazioni ambientali, legate
alla presenza di una grande costruzione
su di un picco di quel genere, la Margherita è veramente una cosa
particolare ed affascinante. La
configurazione in legno foderato in lamiera di rame, che vediamo oggi,
risale al 1980 ma ha conservato un certa coerenza strutturale con quella
originaria ottocentesca. Anche
le misure della prima costruzione non erano quelle odierne, ma la capanna
originale era comunque situata nello stesso punto ed era di dimensioni
considerevoli. E’
stupefacente pensare che un progetto così complesso sia stato concepito e
realizzato con i mezzi tecnici di fine ottocento. I
costruttori furono certamente gente dal coraggio e dalla determinazione
eccezionali, gente capace di trasportare in quota i materiali a forza di
gambe e braccia e disposta, in occasione dell’inaugurazione, a condurre
su per i ghiacciai, pare anche con l’aiuto di
una slitta, la Regina e il suo nutrito seguito. L’impresa
venne ritenuta all’inizio piuttosto arrischiata e non si trovarono
finanziamenti consistenti per cui il CAI sostenne, praticamente da solo,
lo sforzo finanziario e organizzativo. Ciò
fu possibile anche grazie
all’opera di grandi
personalità dell’epoca come Alfonso e Gaudenzio Sella e il barone
Peccoz di Gressoney. Non
essendosi ancora ben consolidato alcun movimento ambientalista, dalla
cresta furono rimossi, senza nessun malumore, ben venti metri cubi di
roccia a mezzo di mine. La
capanna in larice d’America, costruita a Biella da tal Pfetterich, fu
portata a Gressoney dove fu montata e battezzata come “Capanna
Osservatorio Regina Margherita”. Fu
di nuovo smontata e, a mezzo di un sentiero appositamente realizzato , fu
portata fino alla capanna Linty che si trovava a 3140 m nei pressi
dell’Alta Luce (Hoch Licht). Nell’anno
successivo, il 1892, i pezzi vennero trasportati appena oltre il Colle
Gnifetti e qui solidamente ancorati per resistere al vento dell’inverno. Nell’anno
successivo, a mezzo di funi e di un piccolo argano, i componenti della
capanna furono issati in vetta, a costo di sforzi sovrumani, e assemblati
alla presenza del costruttore Pfetterich. Immediatamente
dopo, il 18 e 19 agosto 1893 vi fu l’inaugurazione alla presenza della
Regina. La
Capanna aveva originariamente tre stanze: un dormitorio, una cucina e
l’osservatorio. Tra
il 1896 e il 1901 la Margherita venne ampliata con altre quattro stanze,
di cui due sovrapposte, dette torrione dell’osservatorio. Le
strumentazioni scientifiche per l’osservatorio vennero trasportate, nel
tratto iniziale da Alagna al Col d’Olen, prevalentemente da donne per le
quali le casse da trasportare a tracolla con spalline di corda erano, bontà
loro, “limitate” al peso di 30 kg. Al
finanziamento dell’ampliamento, ben 22.250 lire, concorsero questa volta
il Ministero dell’Agricoltura, il Duca degli Abruzzi,
la stessa Regina
Margherita e il CAI. La
costruzione attuale, al pari di quella originale, è ancorata parzialmente
a sbalzo sulla vertiginosa parete che domina la Val Sesia e da la
sensazione che stia per spiccare il volo. La
sua struttura in legno foderata in lamiera di rame la rende simile ad
un vascello innalzato da un’onda gigantesca. Finalmente,
dopo quattro ore e trenta ci siamo ,
saliamo la scaletta, percorriamo l’aereo e
panoramico balconcino ed entriamo nel rifugio. L’interno
è molto accogliente e un buon the caldo ci ristora. Arriva,
nell’incredulità dei presenti, anche un pittoresco personaggio
giapponese, superato lungo la via, che saliva imprudentemente da solo. Questo
curioso tipo, vestito come un'astronauta, procedeva di una cinquantina di
metri, si riposava sulle ginocchia, poi via altri cinquanta metri. Qualcuno
sussurrava, ma non posso confermare, di averlo visto superare di slancio
un crepaccio urlando “banzai”. Il
tempo sta peggiorando secondo il copione fisso dei temporali al pomeriggio
ed è meglio non attardarsi troppo rischiando di trovare nebbia. Per
quasi tutto il ritorno continuiamo a trovare cordate che salgono, alcune
in stato pietoso. La
neve superficiale si è rammollita e il passo diviene fastidiosamente
pesante e scivoloso. Raggiunto
il colle del Lys deviamo leggermente a sinistra e transitiamo presso il
Bivacco Giordani e sotto il grande fianco est della
Piramide Vincent. Superiamo
i crepacci trovati al mattino, ora un
pò più aperti, e ritorniamo in vista del Mantova che raggiungiamo su di
una pappa nevosa sempre più
profonda. Il
tempo è anche stato clemente e, fortunatamente, le nuvole minacciano solo
con qualche tuono il temuto temporale. Possiamo
così riattraversare comodamente il ghiacciaio di Indren e riguadagnare la
funivia dei Salati senza docce extra. (1) N 1911 2 7 209 ALESSANDRI C. Storia della Capanna-Osservatorio "Regina Margherita" sul Monte Rosa. Sua costruzione e suoi ingrandimenti. Biblioteca Regionale Fondo Vald
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