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GRAND COMBIN DE GRAFENEIRE 4314 m.

Via : versante nord, Ghiacciaio di Corbassière

Data: 14 e 15 agosto 2000

 

Carte nationale de la Suisse 1:25.000 tavola 1346 Chanrion

"La Guida dei Monti d'Italia" Buscaini   Alpi Pennine volume 1 pag. 260

 

Equipaggiamento utilizzato:

vestiario da alta montagna, bastoncini, ramponi, piccozza, corda 40 m, 2 cordini, imbragatura, luce frontale, un chiodo da ghiaccio, due moschettoni.

I bastoncini possono essere utilizzati, oltre che per la salita al rifugio, anche nelle prime quattro ore dell’ascensione e saranno apprezzati soprattutto al ritorno.

Primo giorno: dalla Cabane Brunet (2100m) alla Cabane Bagnoud di Panossière CAS   (2660 m)

Tempo: 3 ore

Dislivello: 560 m.

Secondo giorno: Cabane de Panossière CAS (2660m) al Grand Combin de Grafeneire (4314m)

Tempo: 8 ore

Dislivello: 1654 m.

Terzo giorno: non strettamente necessario ma consigliabile, rientro alla Cabane Brunet.

 

Nota 1 : in considerazione della sua lunghezza,  l’ascensione è scarsamente frequentata (solo altre due cordate oltre la nostra in un ferragosto di tempo splendido e stabile).

La maggioranza delle cordate si dirige su altre mete più vicine al rifugio.

E’ bene perciò disporre di un telefonino ed informare il gestore del rifugio sul tracciato scelto.

 

Nota 2 : secondo l’opinione della nostra guida, l’ascensione è tecnicamente semplice ma è da intraprendere solo con condizioni meteorologiche favorevoli e stabili, dopo aver preso informazioni al rifugio sullo stato del ghiaccio nel tratto ripido che non deve presentarsi di ghiaccio vivo o eccessivamente innevato.

14 agosto 2000. Aosta Cabane Bagnoud di Panossière

Partiamo alle otto da Aosta, passiamo il Colle del Gran San Bernardo e, da Verbier, risaliamo la Val de Bagnes in direzione Fionnay, Mauvoisin.

Deviamo sulla destra molto prima di Fionnay in direzione Le Chable, Lourtier dove la  Cabane Brunet, nostro primo riferimento, è segnalata sin dal fondo valle.

Su suggerimento della nostra guida, che incontreremo alla Cabane de Panossière abbiamo scelto il percorso dalla Cabane Brunet che ci è stato descritto come più vario e panoramico rispetto a quello tradizionale da Fionnay.

Questa scelta comporta però un tratto di discesa dal Col des Avouillons e l’attraversamento in piano del ghiacciaio di Corbassière largo circa un chilometro.

Il percorso automobilistico è prima su strada asfaltata, poi per sterrato in ottime condizioni, agevolmente percorribile anche con vetture normali.

La Cabane Brunet (2100m) si presenta come una bella costruzione alpina, inserita in un pittoresco  ambiente di rocce e pascolo molto verde.

Lasciamo la vettura qualche centinaio di metri oltre la Cabane, dove c'è uno spiazzo adibito a parcheggio.

Alle 10 e 30 ci avviamo verso sud-est sulla strada poderale che sale a tornanti, evitabili in alcuni punti con tracce di sentiero, e raggiungiamo in breve l’alpeggio Ecuries de Sery.

Qui, a sinistra della strada, inizia il sentiero che scende verso il torrente e si avvia verso una gola.

Siamo subito colpiti dal pittoresco  Petit Combin che domina la valle col suo grande ghiacciaio e costituisce uno sfondo ideale per gli appassionati di fotografia.

Dopo un grande pianoro sassoso e  l’attraversamento del  torrente  su di un ponte in legno, il sentiero prende rapidamente quota e, fra massi e pascolo, sale a lungo verso est, nel vallone che conduce all'aereo Col des Avouillons .

Il panorama, che al colle si presenta all'improvviso, è stupefacente per la grandiosità.

La vista di una parte del Grand Combin ci dà finalmente ragione dell'appellativo Petit dato alla   montagna ammirata in precedenza.

Il ghiacciaio di Corbassière, che passa sotto il colle e risale per chilometri verso il Grand Combin, è una immensa colata di ghiacci crepacciati e seraccati, alquanto annerita nella parte bassa e molto bianca nelle zone mediane e alte per via delle nevicate della settimana scorsa.

Il colle si trova all'incirca alla medesima quota del rifugio della Panossière (2650m), ma, per giungervi, occorre scendere di circa 150m fino al ghiacciaio, attraversarlo e risalire la morena opposta.

L’attraversamento del pianeggiante ghiacciaio, largo circa un chilometro, non richiede l’uso di corda e ramponi  e non presenta alcuna difficoltà a patto di seguire diligentemente i grandi tripodi di segnalazione.

Arriviamo alla Cabane Bagnoud de Panossière (2660m) alle 13 e 30 circa.

Il rifugio, di propriertà del Club Alpino Svizzero, è molto moderno, essendo stato costruito cinque anni fa, ed è un pò più a valle della vecchia cabane, completamente distrutta da una valanga.

Alcuni ruderi sono ancora visibili nelle vicinanze.

Il rifugio dispone di circa 100 posti letto in belle camere  e camerate, situate al primo piano.

Al piano terra, oltre all'usuale ingresso spogliatoio, si trova una grande sala refettorio con luminose finestre e angolo cucina a vista.

Notevole la grossa stufa in pietra con appendiabiti per l'asciugatura degli indumenti.

Al piano interrato sono ubicati i servizi igienici, belli e ben tenuti.

Da apprezzare il fatto che siano all’interno e che, al mattino, non siano necessarie fresche passeggiatine.

Da notare il sistema delle scale a pioli di emergenza incendio, ripiegate sul muro in prossimità delle finestre, e facilmente dispiegabili.

L'energia elettrica è di sola fonte fotovoltaica e non è abbondante.

Nelle camere la luce viene tolta alle 21,  mentre è sempre disponibile nei corridoi e servizi, dove è attivata da sensori elettronici di presenza.

Non è disponibile acqua calda.

L'acqua da bere è prelevabile solo nei servizi igienici o in cucina non essendo presente una fontana all'esterno.

Ai soci CAI viene praticato uno sconto sul pernottamento di circa il 10%.

Con supplemento (5F al litro!!! ben 6500 lirette!!!) si può avere del the caldo al momento della partenza e, state certi, che sarà contato un litro anche se avete un thermos da un quarto.

Dal rifugio è ben visibile il Grand Combin, ma larga parte del percorso di domani, attorno al Combin de Boveire e sul Plateau des Maisons Blanches, rimane nascosta, dando l'impressione che l'ascensione sia più breve degli oltre dieci chilometri reali.

Il colosso appare comunque alto,  non lasciando dubbi sul  dislivello da salire.

Con riferimento a quanto descritto a pag.260 da "La Guida dei Monti d'Italia", la via nord scelta dalla nostra guida Marc risulta essere, nella parte ripida mediana, intermedia tra quella detta "via normale per il corridor"(209i) e la via detta "nord-nord-ovest"(209h).

Passa, in modo più diretto, a destra e con ben maggiore inclinazione del famoso corridor, ma, a detta della guida, non sarebbe esposta a caduta di seracchi, anche se, nella parte sommitale, se ne vedono di considerevoli.

Ancora a destra del nostro percorso c'è l'altra via classica, detta nord-nord-ovest, che nella parte superiore appare ancora più ripida.

Le considerazioni sul più o meno ripido sono ovviamente legate alle capacità tecniche di ciascuno.

Dette capacità, che nel nostro caso sono alquanto modeste, ci fanno giudicare ripido questo tratto di circa 450m di dislivello con pendenza dai 35 ai 45 gradi e con un breve tratto finale di 70 gradi.

La nostra guida ci dice che è bene non lasciarsi attrarre dalla facilità di salita del corridor che appare come il passaggio più intuitivo e semplice per portarsi in quota, ma impone la permanenza di quasi due ore sotto il tiro dei grandi seracchi visibilmente instabili.

Ciò conferma quanto si legge sulla “Guida dei Monti d'Italia: "Il Corridor…. costituisce, in ogni stagione e in ogni ora, un serio pericolo: numerosi alpinisti e sciatori sono stati travolti in questo tratto dalla caduta di seracchi."

Mentre mangiamo ci godiamo il vastissimo panorama glaciale e seguiamo con il binocolo l’unica cordata di oggi  che arriva in vetta verso le 14 e 30, ma la distanza è tale che, nonostante la potenza del binocolo, riusciamo a mala pena a distinguere dei puntini scuri.

Ciò non fa che confermare la grande dimensione della montagna.

 

15 agosto 2000 Cabane Bagnoud - Grand Combin

L'imponente guida Marc da la sveglia alle 2 e 30  in modo assai energico.

L'ascensione inizia alle 3 e 30 con una spettacolare luna piena che fa apparire lo scenario ancora più vasto e misterioso.

Ci avviamo, in fila indiana, con le frontali accese come minatori, lungo la morena in direzione sud per circa cinquecento metri, poi  scendiamo sul ghiacciaio immenso.

Lo attraversiamo verso sud ovest, in leggera salita, in direzione delle rocce del Combin de Boveire, nere e rese ancor più austere dalla notte e dalla luna.

Giriamo prudenzialmente alla larga dai crepacci più grossi e ne saltiamo parecchi di piccole dimensioni, larghi poco più di un passo, accompagnati dallo scrocchiare del ghiaccio sotto i nostri scarponi.

Per portarci sul lato sinistro orografico del ghiacciaio non usiamo i ramponi e procediamo slegati trotterellando dietro alla guida.

Dopo oltre mezz'ora arriviamo sull’altro lato del ghiacciaio e cominciamo a risalire un tratto misto ghiaccio-morena nei pressi di  crepacci di dimensioni considerevoli.

Ci mettiamo i ramponi e ci leghiamo ma procediamo con i bastoncini.

Con piccole soste, ottimamente gestite dalla guida, la salita prosegue su ghiaccio e sfasciumi alla luce delle lampade frontali e della luna  che proietta le lunghe ombre scure delle montagne circostanti sul ghiacciaio ed evidenzia gli squarci neri dei crepacci.

Dopo circa tre ore dalla partenza, le prime luci dell'alba fanno capolino a est e,  poco dopo, le vette più alte cominciano ad illuminarsi di rosa.

Abbiamo costeggiato, girando verso ovest, il Combin de Boveire e siamo ormai nell'immenso Plateau des Maisons Blanches.

Ci dirigiamo, in ampia rotazione a sinistra, verso est, e saliamo al Plateau du Déjeuner (3500m) da dove vediamo il Col e il Combin du Meitin, poco più alti di noi.

Sono circa le otto, fin qui abbiamo impiegato  4 ore e 30 e siamo saliti di 900 metri rispetto al rifugio.

Lasciamo le frontali e i bastoncini in una nicchia scavata nella neve ghiacciata, in modo che il vento non li possa disperdere.

Approfittiamo della sosta per bere  un po’ di the caldo e per mangiare qualcosa di energetico.

La pendenza aumenta a trenta gradi e, dopo aver superato sulla destra una fila di roccette affioranti, il tracciato si raccorda ai quaranta gradi e oltre.

Saliamo legati mantenendo parte della corda arrotolata in mano per restare più vicini, vedere bene dove la guida ha messo  i piedi ed essere quindi più sicuri e veloci.

Questo tratto, come valutato ieri a distanza, si conferma lungo oltre che ripido.

Conduce da 3500 a 4000 metri e, nell'ultimo terzo, richiede di utilizzare spesso la becca della piccozza invece di piantare il manico.

Nell'ultimo tratto di una trentina di metri la pendenza sale oltre i 45 gradi e il pendio termina bruscamente sotto un incombente seracco, alto una quindicina di metri, che sbarra il percorso come un muro e presenta un canalino di ghiaccio vivo, obliquo e  ripido.

Formiamo una sosta con le piccozze nella neve gelata per far sicurezza alla guida che, dopo averci rassicurati sulle ottimali condizioni del ghiaccio, si innalza nel seracco.

Poco dopo la guida, con evidente sicurezza e perizia tecnica, scompare sopra di noi e la sua presenza è rivelata solo dal rumore della piccozza e da una  pioggia di pezzetti di  ghiaccio che ci arrivano addosso.

Ho  così qualche minuto per allargare lo sguardo e assaporare il panorama di gelo e aguzze guglie sempre più illuminate dal sole.

Il nostro percorso, essendo sul lato nord, è all’ombra e ciò accentua maggiormente il senso di luminosità che i picchi circostanti, già toccati dal sole, emanano.

Da un seracco, al nostro fianco sinistro si  stacca, con rumore di vetri rotti, un frammento di ghiaccio che si  sbriciola e scivola lontano, lungo il pendio gelato, a lato della nostra traccia.

Non posso fare a meno di lanciare un’occhiata al grosso seracco che è li, sporgente, sopra di noi,  con un pennacchio di neve alzata dal vento nel cielo blu e che per noi rappresenta il segnale indicatore dei 4000m.

La guida, a noi invisibile, avvita un chiodo da ghiaccio per farci sicurezza e, a turno saliamo.

Questo breve tratto è l’unico in cui si devono usare i ramponi di punta e la piccozza in trazione.

Una maggiore preparazione tecnica ci avrebbe consentito di superare questo tratto, come del resto ha fatto la guida, senza necessità di chiodi.

Marc tuttavia, per ovvi motivi di responsabilità nei nostri confronti, non ha sottovalutato  l’esposizione di questo punto e la considerevole lunghezza del ripido pendio ghiacciato sottostante e ha preferito mettere il chiodo.

Alle 9 e 30 usciamo  finalmente nel sole, sul grande piano inclinato sommitale dove il vento, finora smorzato dal pendio, ci accoglie in modo deciso pungendoci il viso con scintillanti cristallini di ghiaccio.

In considerazione dell’ora e della quota, la temperatura, pur se sotto lo zero, può considerarsi mite.

Il panorama è vastissimo e il cielo blu del mattino rende tutto limpido e perfetto ma la fatica comincia a farsi sentire e mancano ancora oltre 300m di dislivello.

Ci concediamo un’altro bicchiere di the e un po’ di cibo.

Potremmo dirigerci verso la vetta in linea retta ma la guida ci dice che sarebbe un dispendio di energie eccessivo anche in considerazione del lungo rientro che ci aspetta.

Si avvia perciò in direzione del Combin de Valsorey, quindi con largo giro si raccorda al crestone nevoso orlato di grandi cornici che si protendono verso  la Valle d’Aosta e ci fa risalire, per gobboni successivi e con minore pendenza, fino in vetta.

Ore 11 circa, l'antennina telefonica con pannelli solari, che vedevamo ieri come un puntino nero con il binocolo, ci dice che, dopo quasi 8 ore di salita, questo ennesimo gobbone non è più l'anticima dell'anticima dell'anticima ma è proprio il punto più alto.

Foto di rito, risate, battute, mezz'ora scarsa di panorami meravigliosi a tutto tondo ed è già ora di scendere.

Per ritornare non facciamo il giro della cresta fatto in salita, ma andiamo dritti al seracco che discendiamo a ritroso, sempre con la sicurezza del chiodo da ghiaccio.

Discendiamo il lungo tratto ripido con cautela dato che la superficie si è un po’ rammollita e il rampone tende a formare un pò di zoccolo.

Recuperiamo frontali e bastoncini e giù per interminabili pianori  e discese rese accecanti dal sole del primo pomeriggio.

Il ritorno è veramente eterno e non sembra vero di aver fatto tutto quel cammino durante la notte e la mattina.

Con la superficie  rammollita e il passo leggermente instabile che ne deriva, i bastoncini sono una benedizione.

Un lungo ultimo tratto di sfasciumi e l’attraversamento del ghiacciaio ci riconducono, dopo  5 ore, al rifugio che raggiungiamo alle 16 e 30.

Pensavamo di poter scendere più rapidamente ma il percorso è veramente molto lungo.

Vista l’ora e la prospettiva di risalire il Col des Avouillons, che sembra guardarci con aria di sfida dall’altro versante del ghiacciaio, decidiamo di non strafare e di passare ancora una notte al rifugio.

Dopo tutto è ferragosto!

Rientriamo alla Cabane Brunet e poi  ad Aosta il mattino successivo.

 

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